TERZA  DOMENICA  DI  QUARESIMA

 

Siamo giunti quasi a metà del cammino quaresimale, per cui la Chiesa, in questa terza domenica di Quaresima, sollecita con maggiore insistenza i suoi figli a una profonda conversione di vita. Per ben due volte Gesù, nel Vangelo di oggi, ripete le parole severe e ammonitrici: “Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo” (Lc 13,3). Accogliamo umilmente il pressante richiamo di Gesù e approfittiamo del tempo propizio che la Chiesa ci concede in questa santa Quaresima per ritornare a Dio con desideri di vita nuova.

La prima lettura del giorno, nel raccontarci la storia stupenda della vocazione di Mosè e della sua generosa risposta alla chiamata di Dio, ci offre un mirabile esempio del cammino di conversione che ogni cristiano deve attuare nella propria vita. Il Signore si rivela a Mosè come Colui che libera il popolo dalla schiavitù dell’Egitto e lo salva. La grazia della salvezza Dio la offre a tutti, ma chiede a ognuno di non renderla inutile. Alla chiamata di Dio, Mosè risponde prontamente: “Eccomi!” (Es 3,5); egli è pronto ad abbandonare la sua vita tranquilla di pastore e a mettere da parte ogni altro progetto, per dedicarsi esclusivamente alla missione affidatagli da Dio. Quale grande lezione per noi così tardi e paurosi nel seguire le vie del signore!  

Nella seconda lettura, san Paolo ci parla della lunga storia di infedeltà del popolo eletto, che trascorre i quarant’anni di cammino verso la terra promessa senza mai decidersi a una fedeltà totale verso Dio. Questa drammatica vicenda – dice san Paolo – “avvenne come esempio per noi” (1Cor 10,6). Nonostante i grandi prodigi compiuti da Dio nel deserto, “della maggior parte di loro  – afferma ancora l’apostolo - Dio non si compiacque e perciò furono abbattuti nel deserto” (ivi, 4). Ciò che accadde agli ebrei, è di forte monito per noi cristiani. Niente ci dà sicurezza davanti a Dio, neppure il fatto di essere cristiani, di avere a nostra disposizione la grazia divina, l’Eucaristia, la Confessione e gli altri sacramenti. Nessuno, in realtà, può essere certo della propria salvezza senza l’impegno personale di una radicale conversione della propria vita.

            Il medesimo insegnamento ci viene anche dal Vangelo. Gesù, prendendo spunto da due avvenimenti di cronaca del tempo, ribadisce con fermezza l’urgenza della conversione, come impegno primario dell’uomo: “Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo” (Lc 13,3). A conferma di ciò, Gesù narra la parabola del fico. La vita dell’uomo è come un fico piantato nella vigna, che il padrone decide di farlo tagliare perché non dà più frutti: “Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno?” (Lc 13,7). Dalle parole del Maestro emerge anzitutto la grande pazienza di Dio nell’attendere che il peccatore si penta, si converta e ritorni a Lui. Ma anche se Dio è molto paziente con noi, dobbiamo stare attenti a non abusare della sua misericordia. La vita non è qualcosa che noi possiamo sciupare a nostro piacimento. Una vita senza Dio e priva di opere buone è destinata, come il ramo secco, a essere tagliata e buttata nel fuoco eterno della perdizione.

Esaminiamo la nostra vita. Se ci accorgiamo di essere alberi senza frutti di santità, ricchi esclusivamente di foglie, ossia di egoismo, di compiacenza di noi stessi, di vanità e di cose inutili di questo mondo, non esitiamo più a lungo, prima che sia troppo tardi. Iniziamo subito il nostro cammino di conversione intensificando la vita di preghiera, impegnandoci a lottare il peccato, a purificare il cuore e la mente dalle suggestioni del demonio e del mondo, senza far mancare un generoso spirito di mortificazione. A qualcuno “far penitenza” può sembrare un rimedio di epoche passate. Non lasciamoci ingannare. La mortificazione rimane l’unico mezzo con cui possiamo crocifiggere i vizi e le passioni. Il cristiano che vive evitando sistematicamente il sacrificio, si allontana dal cammino di Cristo. A tal proposito Padre Pio ebbe a scrivere queste infuocate parole: “Insensato, se voi rifletteste attentamente a quel che dite, vi accorgereste che tutti i mali che patisce l’anima vostra vi provengono dal non aver saputo e dal non aver voluto mortificare, come si doveva, la vostra carne. Se volete guarire, giù alla radice, bisogna dominare, crocifiggere la carne, poiché è dessa la radice di tutti i mali” (Epistolario II, p. 204).

Prendiamo sul serio l’insegnamento del nostro Santo. Per ottenere una vera conversione, infatti, ricordiamoci che lo spirito di mortificazione non è una stravaganza, ma è “la porta stretta”, di cui parla il Vangelo, l’unica porta che ci conduce alla gloria eterna del Paradiso.

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