QUARTA  DOMENICA  DEL  TEMPO  ORDINARIO

 

“Nessun profeta è ben accetto in patria sua” (Lc 4,24). Queste scultoree parole di Gesù costituiscono il punto centrale di riflessione della Liturgia di questa domenica. Esse puntualizzano la situazione drammatica in cui vengono immancabilmente a trovarsi i profeti di tutti i tempi nel difficile compito di portare a termine la missione affidata loro da Dio. Anche Gesù, l’inviato di Dio per eccellenza, ha fatto questa amara esperienza. Ce la racconta il Vangelo della Messa odierna. Nel discorso da Lui tenuto nella sinagoga di Nazaret, Gesù aveva dichiarato davanti a tutti: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura” (Lc 4,21), intendendo in questo modo di proclamare  l’identità della sua Persona, ossia di essere il Messia, nel quale dovevano compiersi le Scritture.

Le parole di Gesù suscitano negli ascoltatori dapprima stupore: “Tutti … erano meravigliati – dice il Vangelo - delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca” (ivi, 22); poi perplessità: “Non è il figlio di Giuseppe?” (ivi). Gli abitanti di Nazaret pensano di conoscere tutto di Gesù: i genitori, la casa dove era cresciuto, il mestiere, le abitudini, la fisionomia. Non si capacitano, però, come mai questo giovane loro compaesano dalle origini più umili di altri, potesse parlare un linguaggio mai udito e compiere miracoli; e come mai avesse preferito Cafarnao a Nazaret  per compiere i suoi prodigi.  Nella risposta ai loro interrogativi, Gesù spiega che il suo atteggiamento è secondo la condotta di Dio, che già nell’Antico Testamento operava prodigi al di fuori della Palestina, come nel caso della vedova di Sidone e del siro Naaman, perché questi avevano più fede degli israeliti. A Nazaret Gesù non poteva compiere miracoli, perché i suoi compaesani non avevano fede in Lui. Difatti, pur riconoscendogli le qualità del profeta, essi non accettano la cosa più importante:  la sua identità divina.

Indispettiti dal rifiuto di Gesù di compiere miracoli a loro uso e convenienza, accecati dall’invidia  nel vederlo emergere sugli altri e dalla gelosia nei confronti di Cafarnao, i nazaretani gli diventano ostili: “lo cacciarono fuori della città – dice il Vangelo - e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio” (ivi, 29). Questa è la sorte che il mondo riserva a quelli che, come Gesù, hanno la missione di annunciare la verità. Ce lo ricorda anche l’episodio della prima lettura. Geremia è chiamato a essere profeta delle nazioni. Dio, inviandolo, non gli nasconde le difficoltà della sua missione e le persecuzioni che i suoi nemici gli avrebbero mosso. Ma poi lo incoraggia dicendogli: “Ti muoveranno guerra, ma  non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti” (1,18-20).

L’atteggiamento ostile degli abitanti di Nazaret, deve indurci a riflettere sul nostro  comportamento verso Gesù. Chiediamoci se riconosciamo in Gesù solo un uomo di straordinaria grandezza o lo crediamo e adoriamo soprattutto come Dio e Salvatore nostro; se lo accettiamo integralmente nella sua dottrina, nei suoi mirabili esempi di virtù, oppure, accecati dall’orgoglio, lo accogliamo solo in parte o addirittura lo rifiutiamo.

Un’ultima riflessione. Ogni seguace di Cristo è chiamato, come il profeta, a essere suo testimone nel mondo. Davanti alle leggi infamanti dell’odierna società (aborto, dissacrazione del matrimonio, divorzio, eutanasia, omosessualità) e al dilagare delle forme più aberranti del peccato, il cristiano deve ergersi come “un muro di bronzo” e denunziare con coraggio gli errori. Né deve meravigliarsi se non viene accolto e trova  opposizione perfino tra amici, colleghi e parenti. E’ la stessa situazione in cui venne a trovarsi Gesù, anche se la tattica del rifiuto è diversa. Per questo la missione del cristiano nel mondo d’oggi è più difficile. Ma Gesù più volte nel Vangelo ci ha detto di non temere, ci ha promesso che sarà sempre con noi e che ci aiuterà con la sua forza divina.

In questi ultimi tempi Dio, nella sua misericordia, per contrastare le opere del male e  ricondurre gli uomini sulla via del bene, si è degnato di inviare nel mondo un grande profeta e santo: Padre Pio da Pietrelcina, al quale affidò “una missione grandissima” (Epistolario III, p. 1009), ossia una “ vocazione a corredimere” (Epistolario I, p. 1068) l’umanità peccatrice, come spiega il suo direttore spirituale, Padre Benedetto. San Pio rimase fedele a questa missione per tutta la vita e l’attuò partecipando intensamente ai dolori di Gesù crocifisso come vittima di amore e di dolore. Imitiamo il nostro Santo e, confidando nella forza di Dio, portiamo avanti con coraggio e fedeltà la nostra missione, perché il mondo creda e accolga Gesù nostro Salvatore.

  

Oggi non si combatte più il cristiano con la violenza, ma isolandolo con la subdola tattica demolitrice della critica spietata, della calunnia infamante, del sorriso beffardo e sprezzante.

 

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