DOMENICA  26  DEL  TEMPO  ORDINARIO

 

            Dalle letture bibliche della presente domenica si leva un severo monito per coloro che si danno alla vita gaudente, comoda, spensierata, piena di vizi, e che vivono disinteressandosi completamente di Dio, degli altri e del proprio destino eterno. Questo forte richiamo lo troviamo già espresso chiaramente nella prima lettura del giorno. Il profeta Amos, giunto in Samaria, trova i ricchi del paese che, “sdraiati sui loro divani” (Am 6,4) mangiano, bevono e se la godono spensieratamente. Il profeta rimprovera aspramente la loro condotta, e contro di loro annuncia, da parte di Dio, la sorte che li aspetta: “andranno in esilio in testa ai deportati” . E ciò si verificherà puntualmente venticinque anni dopo.

            Ma è soprattutto la pagina del Vangelo a offrirci una serie di preziosi ammaestramenti a riguardo. Dalle scene drammatiche della parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro si evince anzitutto che l’inferno esiste, malgrado molti oggi ne mettano in dubbio l’esistenza. L’inferno è una verità di fede che il cristiano deve accettare. Gesù ne parla spesso nel Vangelo e oggi lo fa esplicitamente nel racconto della parabola. Un altro insegnamento riguarda la perennità della sentenza emessa dall’eterno Giudice, dopo la nostra morte. Chi viene condannato all’inferno, lo sarà per sempre. La sua perdizione è definitiva e immutabile. “Tra noi e voi – risponde Abramo al ricco – è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi” (Lc 16,26). Dunque, il momento della morte è la porta che ci dischiude l’eternità: o salvi o dannati per sempre. Da questo dato si evince il carattere di estrema importanza che ha la vita terrena. E’ nell’arco di questa che si costruisce il futuro eterno. Pertanto, non sciupiamo la nostra vita, poiché è l’unica occasione che abbiamo per guadagnarci il premio eterno.

Ancora un altro insegnamento. La parabola mette in evidenza che il ricco “vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente” (ivi, 19). Questi non è condannato all’inferno per il semplice fatto che è ricco, ma perché ha fatto della sua vita un continuo banchettare e per la smodata ricerca di una vita confortevole, piena di comodità e di piaceri. Il suo grave peccato è che è vissuto solo per sé, come se Dio non esistesse e non si è accorto nemmeno del povero Lazzaro che giace alla sua porta, ricoperto di piaghe e muore di fame. Lo sfrenato desiderio di godersi la vita rende l’uomo egoista e insensibile alle necessità degli altri fino al punto che non si convertirebbe “neanche se uno risuscitasse dai morti” (ivi, 31), come afferma la parabola.

            Un ultimo insegnamento. Dopo la morte sia  del povero che del ricco, una sorte eterna ben diversa li attende: il povero Lazzaro, che aveva sopportato in pace le proprie sventure “fu portato dagli angeli nel seno di Abramo” (ivi, 22), il ricco epulone, invece, che durante la vita aveva pensato soltanto ai sontuosi banchetti e a gozzovigliare, giace ora sprofondato nei tormenti tra le fiamme del fuoco eterno dell’inferno. E’ un messaggio quanto mai efficace per il nostro tempo, particolarmente in quella parte di mondo dove abbonda la ricchezza e la sazietà. Alla luce di queste verità evangeliche, san Paolo, nella seconda lettura, ci esorta a guardarci da ogni forma di avidità del denaro: “tu, uomo di Dio, - scrive a Timoteo - fuggi queste cose”  (1Tm 6,11) e ci invita, invece, a tendere “alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza” (ivi)  e a “raggiungere la vita eterna” (ivi, 12).

            Un esempio luminoso di vita povera e distaccata dalle realtà di questo mondo è Padre Pio da Pietrelcina, imitatore, come pochi, della povertà di Cristo. Fedele seguace del Padre san Francesco, san Pio si distinse tra i suoi confratelli cappuccini per l’appassionato amore alla santa povertà, di cui voleva osservare anche le più piccole prescrizioni. Spesso chiedeva al suo Padre spirituale schiarimenti circa l’uso delle cose per non offendere la povertà. In alcune lettere esprime il suo profondo rammarico per certe trasgressioni frati contro la povertà, e conclude: “Raccomandiamoci al Signore, affinché questo non abbia più a ripetersi” (ivi).

Seguiamo il fulgido esempio del nostro Santo ed esaminiamoci se lo spirito di povertà, ossia se il distacco del nostro cuore dai beni terreni è reale, concreto e se la nostra vita è esemplare per la sobrietà e la temperanza nell’uso dei ricchezze. Voglia san Pio ottenerci la grazia di tener fisso il nostro cuore su Gesù, Salvatore nostro, l’unico tesoro che ci permette di vivere in piena comunione con Dio già su questa terra e ci assicura l’entrata nel suo Regno eterno.

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