XXII  DOMENICA  DEL  TEMPO  ORDINARIO

 

            Oggi la Parola di Dio ci invita a riflettere sull’umiltà, una virtù che i maestri di spirito considerano il fondamento di tutte le altre. L’umiltà non è di moda ai nostri tempi; eppure è la virtù che meglio ci fa vivere nella verità del nostro essere. Dio ha creato l’uomo liberamente per un atto di puro amore. Da questo principio fondamentale deriva che noi dipendiamo in tutto da Lui. Senza Dio non esisteremmo e neppure potremmo perseverare nell’esistenza un solo istante. Anche sul piano della vita soprannaturale tutto ci è stato donato. Se Dio è somma Verità, l’umiltà significa camminare nella verità, ossia riconoscere la nostra completa dipendenza da Dio. L’umiltà è la virtù più gradita a Dio, perché rispetta l’ordine da Lui voluto nella creazione.

            Già nell’Antico Testamento, come leggiamo oggi nella prima lettura, l’umiltà era considerata la vera grandezza dell’uomo: “Quanto più sei grande, tanto più umiliati; così troverai grazia davanti al Signore” (Sir 3,18). L’umiltà è la virtù che più rende amabile l’uomo agli occhi del Signore, per il fatto che egli riconosce in Dio l’origine di ogni dono ricevuto, e Dio può manifestare in lui tutta la sua onnipotenza.

            Nella pagina odierna del Vangelo Gesù ci offre un eloquente insegnamento sull’umiltà. Invitato a pranzo in casa di uno dei capi dei farisei, Egli osserva il ridicolo comportamento dei commensali: tutti si precipitano a occupare i primi posti. Davanti alla meschinità di quella scena, il Maestro dice ai suoi discepoli: “Quando sei invitato a nozze, non metterti al primo posto, (…). Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14,8; 11). Quale profonda lezione di umiltà! Queste divine e significative parole compendiano tutto l’insegnamento di Cristo sull’umiltà. Esse ci invitano a seguire una fondamentale condotta di vita: la scelta dell’ultimo posto. E’ questa la grande regola d’oro che i Santi hanno seguito per distruggere la terribile sete dell’ambizione che è nell’uomo. Il desiderio di eccellere, di ritenersi migliori e più meritevoli degli altri, di voler essere i primi, di essere stimati e approvati, lodati ed esaltati, è innato in noi, ed è un veleno che proviene dall’Angelo ribelle, da Satana.

            L’uomo diventa ridicolo quando tenta di innalzarsi davanti al suo Creatore. La storia degli Angeli ribelli e quella dei nostri progenitori sono un esempio di come Dio punisce con severità l’ambizione. Questa è una delle più rovinose tendenze dell’uomo, perché lo rende ribelle e nemico della gloria di Dio, presuntuoso in se stesso, duro e superbo col prossimo. Oggi la gran parte degli uomini purtroppo hanno come loro unica meta di vita il successo, il prestigio, l’idolatria della propria immagine. L’uomo vuole emergere a ogni costo e in ogni campo della vita. Per questo ha in orrore l’umiltà, e la considera una qualità dei deboli.

            Gesù, al contrario, nel Vangelo ci insegna che, alla fine, è l’umile ad essere esaltato; ci rivela che la vittoria finale coincide con l’apparente sconfitta, e che la vita la si guadagna perdendola. Questa è la sapienza che viene da Dio: solo l’umiliazione e la croce portano alla gloria. D’altra parte, l’umiltà trova la sua più profonda radice e l’esempio più mirabile proprio nel mistero della vita divino-umana di Gesù Salvatore: da Figlio di Dio si è fatto Figlio dell’uomo, da primo ultimo, da Signore servo di tutti, umiliandosi fino alla morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltato e lo ha costituito Signore di tutto l’universo. L’umile sottomissione al Padre celeste è stato il segreto che ha alimentato tutta la vita di Gesù, la vita della dolcissima nostra Madre Maria e quella di tutte le anime beate. Questo deve essere il segreto anche del nostro cammino terreno.

Esaminando la vita di Padre Pio da Pietrelcina si resta profondamente stupiti per la grande lezione di vita che ci offre riguardo alla virtù dell’umiltà. Aveva un comportamento sempre umile e dimesso e un concetto bassissimo di se stesso, pur avendo ricevuto da Dio doni e carismi senza numero. A chi lo ringraziava per l’inestimabile aiuto spirituale ricevuto, scriveva: “A me nulla è dovuto. Io sono uno strumento nelle divine mani (…). Lasciato a me stesso, non so far altro se non peccati…  e poi  peccati ancora” (Epistolario III, p. 49). Quale grande lezione di umiltà! Nella stessa lettera egli  esorta i suoi figli a tenersi: “ sempre sull’ultimo luogo tra gli amanti del Signore, stimando tutti migliori di voi” (ivi), imitando in ciò “l’umiltà della nostra celeste Madre, la quale nell’istante che diviene Madre di Dio, si dichiara serva ed ancella del medesimo Iddio” (ivi, 50). Alla luce degli esempi e degli scritti di san Pio, promettiamo di combattere ogni sentimento di vanagloria, di stima e di presunzione, risvegliando in noi il riconoscimento del nostro nulla di fronte all’infinita bontà di Dio, al quale solo è dovuto onore e gloria.

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