DOMENICA  XXV  DEL  TEMPO  ORDINARIO

 

La Parola di Dio di questa domenica propone alla nostra attenzione, ancora una volta, l’importante tema del retto uso delle ricchezze. La storia, infatti, ci insegna che, da che mondo è mondo, le ricchezze quasi sempre sono per l’uomo un grave pericolo, anzi motivo di divisioni, di soprusi e di lotta. Quando la sete del guadagno si impadronisce dell’uomo, questi facilmente dimentica Dio e chiude il suo cuore al prossimo.

Nella prima lettura della Messa, il profeta Amos ci presenta un esempio di questa verità nel quadro desolante della situazione del suo tempo: commercianti senza scrupoli che cercano di arricchirsi a spese dei poveri. Contro questi soprusi, che offendono gravemente il Signore, si leva la voce del profeta, non a nome di una giustizia sociale, ma di Dio stesso: “Il Signore lo giura: certo non dimenticherò mai le loro opere” (Am 8,7). Questa situazione descritta dal profeta è quanto mai attuale e, per certi aspetti, oggi perfino più grave. Essendo il potere economico nelle mani di pochi, questi esercitano un dominio incontrastato sul mondo intero. Resta, dunque, ancora incombente, il grave rischio che le ricchezze portino divisioni e soprusi.

Che cosa fare? La Chiesa ci insegna che non sono i metodi o le ideologie  inventati dagli uomini a risolvere il problema delle ricchezze, bensì gli insegnamenti divini di Gesù, Sapienza incarnata che, nel Vangelo di oggi, con la celebre frase: “Non potete servire Dio e mammona” (Lc 16,13), ci mette in guardia dalla pericolosità dei beni terreni, e ci invita, perciò, a tenere sempre il cuore distaccato dalle ricchezze e a guardarle in ordine al fine ultimo ed eterno della nostra vita. Senza questa visione di fede, esse nelle mani dell’uomo diventano sorgente d’iniquità. Ma l’insegnamento più importante oggi ci viene dalla parabola del Vangelo. Gesù parla di un contabile che, accusato di sperperare i beni del suo datore di lavoro, fu chiamato da questi a render conto del suo operato. L’amministratore, temendo di essere rimosso dall’incarico, escogita la più brillante delle sue malefatte. Chiama i debitori del suo padrone e fa ridurre i loro debiti del cinquanta per cento. Scaltro e avveduto nel suo modo disonesto di lavorare, si fa degli amici che in futuro potranno aiutarlo. Gesù conclude la parabola con queste parole velate di mestizia: “I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce” (Lc 16,8).

Nella parabola il Signore non loda la disonestà dell’amministratore, ma il suo darsi da fare per risolvere la sua difficile situazione. In altre parole Gesù vuole insegnarci che: come i “figli di questo mondo” si dedicano alle loro attività materiali e affrontano sacrifici senza numero per un maggiore benessere materiale, per un successo, o per l’avvenire dei figli, allo stesso modo noi cristiani dobbiamo lottare e lavorare per la salvezza dell’anima e per guadagnarci il Paradiso.

Un ultimo importante ammaestramento. Al termine della parabola, Gesù ci esorta  a procurarci “amici con la iniqua ricchezza, perché quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne” (ivi, 9). Gesù chiama “iniqua” quella ricchezza che il più delle volte è frutto di ingiustizie, o quella che, anche se acquistata legittimamente, viene utilizzata per compiere il male. E’ all’ordine del giorno osservare come i “figli di questo mondo” utilizzano  enormi capitali per portare avanti i loro progetti perversi o addirittura di distruzione contro la religione. Perciò, l’unico modo per giustificare il possesso della ricchezza è di utilizzarla per il bene; per esempio, nel compiere opere di apostolato per la diffusione del Regno di Dio o di beneficenza e di assistenza per i più bisognosi. Queste elemosine ci procureranno appunto degli “amici”, i quali saranno i nostri  intercessori e benefattori presso il Padre celeste al momento della nostra morte.

Padre Pio da Pierelcina  ci ha lasciato un fulgido esempio di amore verso il prossimo non solo nel senso spirituale, di vita offerta per il bene delle anime, ma anche di amore concreto, a favore dell’umanità sofferente. Dopo aver vagheggiato a lungo la realizzazione di una grande opera a conforto degli infermi, il nostro Santo ne vide finalmente la sua realizzazione il 5 maggio 1956: era la Casa Sollievo della Sofferenza, ospedale che è un monumento perenne di carità cristiana, ancora oggi tra i più rinomati d’Italia. Ecco le incisive parole di Padre Pio nel giorno dell’inaugurazione: “La Casa Sollievo della Sofferenza è al completo. Ringrazio i Benefattori di ogni parte del mondo che hanno cooperato. Questa è la creatura che la Provvidenza, aiutata da voi, ha creato”. L’opera realizzata da Padre Pio con tanti sacrifici e preghiere ci incoraggino a mettere a disposizione della divina Provvidenza tutto ciò che abbiamo (tempo, sacrifici, ricchezze) per la realizzazione di opere a sollievo delle anime e dei corpi dell’umanità sofferente.

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