XV  DOMENICA  DEL  TEMPO  ORDINARIO

 

             La Sacra Scrittura c’insegna che Dio, da quando ha creato l’uomo, non si è mai allontanato da lui. Nell’Antico Testamento, il Signore faceva sentire la sua voce, la sua parola, tramite la legge promulgata da Mosè, legge che, per altro, era anche scritta nel cuore dell’uomo. Leggiamo oggi nella prima lettura che questa parola di Dio non è una realtà astratta, ma concreta; non è lontana dall’uomo, anzi – dice Mosè al popolo - “è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica” ( Dt 30,14). In seguito, nella pienezza dei tempi, Dio si è fatto vicino all’uomo in modo ineffabile e arcano: per mezzo del suo Figlio Unigenito, è venuto ad abitare in mezzo a noi, si è fatto nostro compagno di viaggio, ha parlato personalmente agli uomini, insegnando loro la pienezza della legge e il modo più perfetto per praticarla.

             Di questo ci parla il Vangelo del giorno. Un dottore della legge si avvicina a Gesù e gli pone una domanda molto concreta: “Maestro, che devo fare  per ereditare la vita eterna?” (Lc 10,25). La risposta tutti la conoscevano, e Gesù la sollecita dalle labbra stesse dello scriba: l’amore sincero verso Dio e verso il prossimo è il mezzo  per ottenere la vita eterna. Ma il dottore della legge, interessato non tanto a conoscere il pensiero di Gesù quanto piuttosto a metterlo in imbarazzo davanti agli uditori, gli pone una domanda insidiosa: “Ma chi è il mio prossimo?”(Lc 10,29). Ricordiamo che ai tempi di Gesù il termine “prossimo” non era chiaro a quale categoria di persone attribuirlo, se al proprio gruppo religioso, politico, familiare, etnico o nazionale. Lo scriba, forse, si attendeva una risposta dal Maestro che gli indicasse la categoria di persone da amare come prossimo e, quindi, le altre da escludere. Ma Gesù gli risponde col racconto di una delle più stupende parabole del Vangelo che narra la storia di un poveretto caduto nelle mani dei briganti, derubato e lasciato mezzo morto sulla strada. Un sacerdote e un levita passano per quella strada, vedono l’uomo ferito, ma vanno oltre indifferenti, preoccupati, forse, dei loro affari o considerandolo un loro nemico Passa, invece, un samaritano e, nonostante la profonda divisione tra giudei e la sua gente, ne ha compassione; si ferma, gli si fa vicino e lo soccorre.

             Terminata la parabola, Gesù capovolge la questione e chiede al dottore della legge: “Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?” (Lc 10,36). Lo scriba è costretto ad ammettere che è stato il samaritano. Quale grande lezione ci imparte Gesù! Egli ci fa capire che non siamo noi che scegliamo il prossimo secondo i nostri gusti, le nostre categorie e simpatie. In altre parole, amare il prossimo vuol dire vincere la resistenza della nostra natura che sceglie chi piace e andare incontro a chi è nel bisogno senza distinzioni di classi, di sangue, di nazionalità.

             Se diamo uno sguardo alla vita di Padre Pio, scopriamo che l’amore verso il prossimo ha toccato vertici inimitabili. Tutta la sua vita fu quella di un buon samaritano. Troviamo lettere commoventissime, di una tenerezza indicibile a riguardo; in esse esprime tutto l’affetto, la partecipazione agli affanni e ai dolori degli altri. All’interminabile lista di coloro che a lui si raccomandavano, soprattutto se confratelli o sacerdoti, offriva intense preghiere, novene, sacrifici senza numero; spesso strappava miracoli dal Signore per l’amore di vedere i fratelli ristabiliti nello spirito e nel corpo. Ecco quanto scrive a un confratello ammalato: “Fratello mio, noi siamo a penare con te, a pregare con te e per te e ad implorarti coraggio da Gesù ed in pari tempo a pregarlo che abbrevi la prova e ti restituisca al nostro affetto” (Epistolario IV, p. 403).

             Lungo il nostro cammino, può capitarci di incontrare gente afflitta dalle difficoltà e dai dispiaceri; gente provata dalle malattie, dalle incomprensioni e dalla povertà; gente umiliata e offesa nei loro diritti; soprattutto gente senza la luce della fede e senza alcuna speranza nel cuore in una vita futura. Dinanzi a queste miserie dell’uomo, il cristiano non può rimanere indifferente. Gesù oggi rivolge anche a noi le parole che Egli indirizzò al dottore della legge, al termine della parabola: “Và, e anche tu fa lo stesso” (ivi, 37).  Come seguaci di Cristo, siamo chiamati a imitare e seguire l’esempio sublime di Gesù, il “buon Samaritano” per eccellenza, che nella sua vita ha dato tale esempio di amore fino a offrire la sua esistenza e il proprio sangue per il riscatto dai peccati di ogni uomo. Chiediamo al Santo del Gargano la grazia di intercedere per noi presso la nostra Madre Corredentrice, perché dilati il nostro cuore e lo renda simile al Suo, tutto misericordia, pieno di compassione materna e di tenero amore per i suoi figli, “gementi e piangenti in questa valle di lacrime”.

 

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