QUARTA  DOMENICA  DI  QUARESIMA

        Domenica scorsa, la Liturgia ci ha fatto conoscere che Cristo è la sorgente d’acqua viva che disseta l’arsura del nostro cuore, oggi ci fa scoprire Gesù come luce che illumina la nostra vita. Siamo dei poveri ciechi. Abbiamo bisogno che qualcuno ci liberi la vista, ci ripulisca lo sguardo, ci faccia conoscere con più chiarezza la meta del nostro cammino e la strada che vi conduce. Il Vangelo del giorno ci insegna che Gesù è il medico divino che può guarirci dalla nostra cecità; solo Lui può aprirci gli occhi alla luce della fede e liberarci dai peccati.

            Nelle letture della presente domenica, questa verità viene messa in evidenza dal netto contrasto della simbologia della luce con quella delle tenebre: la luce rappresenta Gesù, le tenebre, invece, il peccato. Le due realtà sono diametralmente opposte; tra l’una e l’altra vi è una lotta implacabile e incessante. La guarigione del cieco nato riportato dal Vangelo di oggi, mostra in Gesù la luce vera del mondo, ossia Colui che, con la sua potenza divina, dissipa e vince le tenebre dei peccati in cui l’umanità è immersa. Ma non tutti accettano il chiarore della sua luce. Difatti, di fronte alla luce evidente del miracolo, mentre il cieco guarito si apre progressivamente alla fede, i farisei si chiudono sempre più nella loro incredulità.

La chiusura di fronte alla luce, è il pericolo più grave dell’uomo del nostro tempo, dell’uomo sicuro di sé, orgoglioso della propria intelligenza, ma incapace di cogliere i segni provenienti da Dio. Ci sono dei ciechi spirituali che neppure Dio può guarire, perché si rifiutano di aprire gli occhi alla luce della verità. E’ una cecità colpevole, dal momento che non ammettono di essere ciechi e pretendono di vedere pur chiudendo gli occhi alla luce. In questa pagina del Vangelo è descritto il dramma anche della nostra incredulità. Ciechi lo siamo un po’ tutti. Le forme della nostra cecità spirituale sono tante quanti sono i nostri vizi. Siamo ciechi quando seguiamogli istinti sfrenati delle nostre passioni, quando volutamente prendiamo strade diverse da quelle tracciate dal Signore o quando dissipiamo i beni immensi dello spirito e del corpo.

            Il cieco nato che si apre gradualmente alla luce della fede, è un mirabile esempio di coraggio per il nostro cammino di conversione. Dal racconto del Vangelo si evince che l’uomo guarito incontrò forti opposizioni e contrasti. Il suo coraggio nel testimoniare la verità su quanto gli era accaduto: “Mi ha posto del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo” (Gv 9,15), e le sue esplicite dichiarazioni riguardo a Colui che lo aveva guarito, gli attirano le ire e le vendette dei farisei: l’uomo viene insultato, escluso dalla sinagoga, scomunicato e abbandonato perfino dai genitori. Rimasto solo, ha la grazia di ritrovarsi, subito dopo, a faccia a faccia con Gesù che, con commovente tenerezza, gli rivela il mistero della sua identità divina: “colui che parla con te è proprio lui” (ivi, 37). L’uomo guarito ha perso tutto e tutti, ma ha trovato in Gesù Colui che non solo gli ha guarito la cecità del corpo, ma gli ha aperto soprattutto gli occhi dell’anima, col dono ancora più mirabile della fede.

Anche nel cammino di conversione del cristiano non mancano difficoltà e contrasti. Quando un uomo si converte, non sempre il mondo, gli amici e, a volte, perfino i familiari, si mostrano benevoli, anzi, spesso, lo perseguitano. Beata quell’anima che, nel mezzo della prova, non si scoraggia né torna indietro, ma sa trovare in Gesù la luce, la guida, la forza per proseguire il cammino! Oggi san Paolo, nel passo riportato dalla seconda lettura, ricorda ai cristiani il grande dono di essere stati trasferiti dalle tenebre del peccato nella luce di Cristo, e ci richiama al grave dovere di vivere come figli di Dio: “Un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come i figli della luce” (Ef 5,8). Al battezzato non si addicono più le opere delle tenebre. Particolarmente nel mondo di oggi, in cui l’uomo si allontana sempre più dalla luce di Cristo, siamo  chiamati a testimoniare con coraggio le opere della luce e a produrre frutti “di bontà, giustizia e verità” (ivi, 9).

In realtà, afferma Padre Pio, il cristiano che, col Battesimo, si riveste della luce di Gesù, non può vivere più secondo i vizi e i peccati dell’uomo vecchio, dell’uomo carnale e terreno, ma “deve sforzarsi di sempre rinnovarsi e perfezionarsi (…) di ritrarre in sé la somiglianza di quel Signore che lo creò” (Epistolario II, p. 233). Le parole di Padre Pio possono essere un programma per la santa Quaresima. Accettiamole, impegnandoci, con la luce e la forza della Vergine Immacolata, a testimoniare con coraggio la nostra fede, per essere luce a tanti che nel mondo vivono nella cecità dei loro peccati.

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