XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

            L’Anno liturgico volge ormai al termine e la Chiesa – molto opportunamente –  propone alla nostra attenzione la celebre parabola dei talenti. Si tratta dell’ultima delle tre parabole incluse da s. Matteo nel cosiddetto “discorso escatologico” di Gesù.

Le tre parabole (quella del servo fedele, delle dieci vergini e dei talenti), in rapida successione, alludono tutte, benché con sfumature diverse, alla vigilanza richiesta al cristiano in vista del giudizio finale che sarà presieduto da Cristo stesso (cf Mt 25,31-46).

La parabola dei talenti è a tutti nota. Un uomo, partendo per un viaggio, lascia i suoi beni, in misura diversa, ad alcuni suoi dipendenti. Al suo ritorno chiede conto a ciascuno dell’utilizzo che hanno fatto dei beni loro consegnati. Coloro che li hanno fatti fruttificare sono i “servi fedeli”, i quali, oltre a ricevere una proporzionata ricompensa, sono chiamati a partecipare “alla gioia del Padrone” (vv. 21 e 23). Il “servo malvagio”, invece, ossia colui che non ha utilizzato i beni del padrone, non solo verrà privato di quanto gli è stato consegnato, ma verrà gettato nelle tenebre “dove sarà pianto e stridore di denti” (v. 30).

Una prima riflessione su questa parabola c’induce a constatare che il Signore Gesù, per spiegare la fondamentale dottrina cristiana sulla corrispondenza alla grazia, si serve, in figura, del semplice lavoro degli uomini. Con ciò Egli c’insegna a realizzare la nostra vocazione cristiana tra le ordinarie occupazioni della vita. “Vi è una sola vita, fatta di carne e spirito – ha giustamente osservato S. Josemaria Escrivà –, ed è questa che deve essere – nell’anima e nel corpo – santa e piena di Dio: questo Dio invisibile lo troviamo nelle cose più visibili e materiali. Non v’è altra strada […]:o sappiamo trovare il Signore nella nostra vita ordinaria, o non lo troveremo mai”.

Nella parabola vengono ripetute, quasi come una formula consacratoria, le parole: “Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco ti darò eredità su molto, prendi parte alla gioia del tuo padrone” (vv. 21 e 23). Sono parole del Signore , sono parole di vita eterna. In pauca fidelis: la fedeltà nel poco ci assicura una felicità eterna.

Ma che significa “fedeltà nel poco”? Significa compiere perfettamente il proprio dovere secondo le condizioni dello stato di vita di ciascuno. Il Signore, in altri termini, non ci chiede cose più grandi di noi, ma vuole semplicemente che facciamo fruttificare, ossia che usiamo per il suo Regno, i talenti che Egli stesso ci ha elargito. In questo, l’angelica carmelitana di Lisieux, S. Teresina del Bambin Gesù, ci è di stimolo e di modello, lei che, compiendo straordinariamente bene il suo dovere ordinario, attraverso le piccole cose d’ogni giorno è divenuta una grande santa!

Né va trascurato il richiamo al castigo finale, espresso nell’ultimo versetto. L’utilizzo dei talenti che il Signore ci ha dato per il suo Regno non è un’opzione. O meglio, è oggettivamente un’opzione, nel senso che Dio non ci obbliga ad utilizzarli, rispettando sempre la nostra libera volontà. Non è un’opzione quanto alla salvezza, poiché chi non utilizza bene i talenti elargitigli – non importa quanti e quali siano – incorre nella punizione riservata al servo malvagio (v. 30).

Ancora una volta il Signore c’istruisce sulla tremenda realtà dell’inferno. Oggi Egli ci ammonisce non solo sull’esistenza di esso, ma anche sulle cause che mandano l’uomo in quel luogo d’eterna perdizione. A ben riflettere, il “servo malvagio” forse ai nostri occhi non appare così perfido e neppure meritevole di quella tremenda condanna. In fondo, diremmo, non ha fatto nulla di male: non ha rubato, non ha ucciso… È così che ragionano, purtroppo, tanti cristiani di oggi i quali credono che il semplice astenersi dal male sia già un bene sufficiente a conseguire la salvezza. La parabola di oggi è per costoro un monito severissimo. Nel testo parallelo di s. Luca, il Padrone, partendo, aveva distribuito le sue sostanze ai servi con la raccomandazione: “Impiegatele fino al mio ritorno” (Lc 19,13). È la raccomandazione che il Signore fa ad ogni cristiano. Non ottemperare a questo monito significa disobbedire al comando divino ed incorrere, così, nella sentenza d’eterna perdizione. Non basta, dunque, non fare il male, ma bisogna operare positivamente il bene per il Regno di Dio, secondo i talenti ricevuti.

Benché i talenti rappresentino, in senso stretto, le grazie che Dio dona a tutti, seppur in misura diversa, e che bisogna render fruttuose per il suo Regno, essi ben simboleggiano anche la ricchezza umana che deve concorrere al bene comune. La ricchezza deve circolare, e a chi l’accumula per avarizia presto o tardi verrà tolta. Essa infatti ci è data perché compiamo il bene a favore del nostro prossimo e, compiendolo, meritiamo la vita eterna. A che serve accumulare ricchezze che non porteremo certo nella tomba? Meglio usarle per acquistare la vera Vita che non avrà mai fine.

Così hanno fatto i santi. Così ha fatto Padre Pio, che ha voluto costruire, con le molte offerte che gli giungevano da tutto il mondo, un ospedale per i fratelli sofferenti. Né mancava di esortava i figli spirituali a fare “belle opere a favore del prossimo” (Ep IV, p. 639), a “pensare ai poverelli” (ivi, p. 41) e “a lavorare senza mai stancarsi in mezzo ai figlioli degli uomini” (Ep III, p. 1062).

Questa è la sapienza dei Santi, ossia di coloro che – ben lontani dall’ozio insidioso che attanaglia tanti cristiani – si sono presentati al Signore con un tesoro colmo d’incalcolabili meriti.

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