XXX  DOMENICA  DEL  TEMPO  ORDINARIO

 

Il brano evangelico che la Liturgia oggi propone alla nostra attenzione è, pur nella sua brevità, tra i più importanti e ricchi dell’intero Vangelo. Dopo che il Signore ebbe confuso i sadducei, che gli avevano sottoposto la grossolana questione della risurrezione dai morti (Mt 22,23-33), uno degli scribi gli propone la domanda: “Qual è il più grande comandamento della Legge?”. La risposta di Gesù è, come sempre, semplice e penetrante, e con essa passa all’offensiva, quell’offensiva nella quale, con i celebri “guai”, pronuncerà il discorso più violento della sua vita contro i giudici di Israele e, in particolare, contro l’ipocrisia dei farisei, che il Signore con la sua divina sapienza riduce al silenzio.

La domanda dello scriba era piuttosto capziosa e di non facile soluzione. Il codice mosaico infatti conteneva 613 articoli, tra i quali i rabbini distinguevano precetti pesanti e precetti leggeri, stabilendo tra gli uni e gli altri una certa gerarchia che era fonte di interminabili dibattiti. Gesù non entra dei meandri complessi di queste discussioni, ma rimanda semplicemente colui che lo interroga  alla professione di fede giudaica – iscritta nel suo filatterio – che egli era tenuto a ripetere almeno due volte al giorno: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore con tutta l’anima e con tutta la mente” (Dt 6,5). A questo precetto Gesù ne aggiunge un altro, formulato nel Levitico: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (19,18). Ma gli ebrei per “prossimo” intendevano l’amico, il vicino, il connazionale, mentre Gesù dà alla parola “prossimo” un senso universale, facendo dell’amor di Dio e dell’amor del prossimo, come le due facce di un medesimo comandamento.

L’estensione universale della carità cristiana è stata molto efficacemente spiegata dal grande s. Agostino, il quale così esorta: “Estendi la carità a tutto il mondo, se vuoi amare Cristo, perché in tutto il mondo ci sono membra di Cristo”. Chi dice di amare Dio e non ama il prossimo – afferma ancora il Vescovo d’Ippona – è paragonabile a una persona che per mostrare il suo amore verso il suo prossimo gli bacia il volto ma gli calpesta i piedi. Chi agisce in tal modo ama Dio nel Capo ma lo bestemmia nel Corpo: dunque non ama. Questo insegnamento di s. Agostino è di grande attualità ai nostri giorni in cui molti cristiani dicono di amare Cristo ma non la Chiesa, appellandosi magari agli scandali o alla corruzione del clero, dimenticando che la Chiesa, Corpo di Cristo, è santa per il suo capo, ma malata in quanto alle membra.

Anche il beato Columba Marmion afferma che abbandonare l’ultimo dei nostri fratelli è come abbandonare Cristo stesso, e aiutare uno solo di essi è aiutare Cristo in persona. “Quando si colpisce una delle vostre membra, un vostro occhio o un vostro braccio, voi stessi restate colpiti; così colpire chiunque del nostro prossimo è colpire uno dei membri di Gesù, è toccare Cristo stesso”. Una conferma lampante la si rinviene nel racconto della conversione di s. Paolo: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”, tuonò la voce del Signore (At 9,4). In verità Paolo non perseguitava Cristo, ma i suoi discepoli. Ebbene, il Signore si identifica con essi. I colpi che il persecutore dà ai cristiani colpiscono Cristo stesso: “Io sono Gesù – ammonisce il Signore – che tu perseguiti” (9,5).

Dunque, se vogliamo rimanere uniti al Signore, dobbiamo vedere se e come siamo unti ai membri del suo Corpo mistico. Occorre in ciò molta attenzione. Una pur minima freddezza voluta e conservata nel cuore contro uno solo dei nostri fratelli costituirà un ostacolo più o meno grave alla nostra unione a Cristo. Ecco perché il Signore ci raccomanda che, se al momento di presentare la nostra offerta all’altare ci ricordiamo che il nostro fratello ha giustamente qualcosa contro di noi, dobbiamo abbandonare la nostra offerta, andare a riconciliarci con lui e poi presentare il nostro dono al Signore (Mt 5,23-24).

Ma Gesù va oltre. Alla vigilia della sua morte lascia ai suoi il comandamento nuovo: “amatevi – dice – come io vi ho amati” (cf Gv 13,34). L’amore per il prossimo dunque è sublimato da Cristo e portato a perfezione: non più amare il prossimo come se stessi, ma amare come Cristo ci ha amati, ossia fino a dare la vita.

I santi hanno amato così. Come non ricordare S. Massimiliano Kolbe che ha offerto la sua vita per uno sconosciuto papà di famiglia nel campo di Aushwitz? E quel modello ineffabile di amore a Dio e al prossimo che fu Padre Pio da Pietrelcina non cessava di esortare i suoi figli spirituali a questa carità che è il cuore della vita cristiana: “L’anima che ha scelto il divino amore non può rimanersene egoista nel Cuore di Gesù, ma si sente ardere anche della carità verso i fratelli” (Ep III, 962), scriveva nel 1918. E nello stesso anno, facendo eco al testamento di Gesù, così esorta Erminia Gargani, sua figlia spirituale: “Sii buona col prossimo, e non usare gl’impeti di collera; proferisci nelle occorrenze molto spesso queste parole del Maestro: Io li amo questi prossimi, Padre eterno, perché tu li ami, e tu me li hai dati per fratelli, e vuoi che come tu li ami, così io li ami” (Ep III, 737).

Il precetto dell’amore per i nostri fratelli è il voto supremo di Cristo. Ed è tale il suo desiderio che si realizzi che ne ha fatto non un consiglio ma un comandamento, il “suo” comandamento, additandolo come segno dal quale si riconosceranno i suoi discepoli: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). La carità è dunque l’insegna dei santi, l’insegna degli eletti, ma sarà anche il segno che il Signore userà nel giorno del giudizio per distinguere gli eletti dai reprobi (cf Mt 25,31-46).

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