XXVI  DOMENICA  DEL  TEMPO  ORDINARIO

 

            “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” (Mt 21,31). Sono parole che leggiamo nella pagina del Vangelo di oggi, proferite dal Maestro di Nazaret; parole dure e severe con cui Gesù rimprovera l’atteggiamento dei farisei, degli scribi, dei capi dei sacerdoti e di quanti allora si rifiutavano di credere in Lui e nel suo messaggio divino. Ma questo monito severo è rivolto anche a noi. Forse più di ogni altra epoca, gli uomini di oggi rivendicano il diritto di una propria autonomia e libertà indipendenti da Dio, e rifiutano per questo qualsiasi rapporto con la Persona divina di Cristo e la sua dottrina. In ultima analisi, il messaggio che il Salvatore ci rivolge è un invito a una conversione profonda e personale, a una risposta docile e generosa al dono di salvezza proposto dall’amore liberale e senza limiti di Dio. La benevolenza del Signore si riversa su tutti gli uomini, anche sui più miseri e indegni, purché trovi la strada aperta mediante il pentimento e la conversione.

            Il Signore ci aiuta in modo inimmaginabile nell’opera della salvezza, ma lascia alla nostra libera volontà la decisione di volerla e di realizzarla. Finché abbiamo tempo, abbiamo sempre la possibilità di redimerci da una vita di peccato. A questo fa riferimento la prima lettura della Messa. Se il giusto, infatti, abbandona la via del bene e sceglie quella del male, e poi muore nei suoi peccati e si danna, non può incolpare Dio della sua rovina eterna, né può pretendere che il Signore sia obbligato a salvarlo. Salvarci dipende unicamente da noi. Il peccatore, invece, che “ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà” (Ez 18,28). Da noi solo quindi dipende la decisione di abbandonare il male o di perseverare nel bene. Ognuno è responsabile personalmente di se stesso e del giudizio che Dio farà su di lui.

            Gesù, nel Vangelo di oggi, esemplifica questo profondo insegnamento, col racconto della parabola dei due figli. “Un padre aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, và oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò” (Mt 21,28-29). Questo figlio maggiore, che solo a parole risponde di sì ma che poi non esegue ciò che gli è chiesto di fare, rappresenta la categoria dei farisei e degli scribi, i quali, in un primo tempo, hanno risposto con entusiasmo alla chiamata del Signore e sono divenuti gli zelanti custodi delle promesse antiche. Ma, in seguito, si sono rifiutati di compiere la cosa più importante: la conversione del cuore. Hanno ascoltato la predicazione di san Giovanni il Battista, ma non si sono convertiti, gli insegnamenti di Gesù, ma non gli hanno creduto. Contro di essi il Signore scaglia il suo monito severo: “In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” (ivi, 31). Questi sono coloro che risposero inizialmente di no all’invito di lavorare nella vigna, ma poi, pentitisi, ci andarono. Ecco dunque il punto centrale della parabola: la gente perduta è stata capace di pentirsi ed è entrata nel Regno, gli altri che si ritenevano giusti e non bisognevoli di conversione, ne sono stati esclusi.

            A questo punto ci viene da chiederci: e se qualche cosa di simile avvenisse anche a noi? Normalmente, quando parliamo dei farisei pensiamo agli altri. Facciamo un serio esame di coscienza e domandiamoci se anche noi ci comportiamo come loro: diciamo “sì” e facciamo “no”. La parabola di Gesù ci ricorda l’importanza della decisione nella vita cristiana. A che serve leggere, ascoltare, meditare il Vangelo, se poi non si prendono decisioni di vita pratica? E’ inutile parlare di preghiera, per esempio, se poi non si prega. Oggi è di moda una certa mentalità, secondo la quale basta essere credenti, anche se non si è praticanti. E invece non è così; per salvarsi, non basta solo credere nel Vangelo; come, per raggiungere la santità, non basta solo desiderarla, ma è necessario conquistarla attraverso la conversione, liberandosi dai peccati, dalle cattive tendenze, e vivendo intensamente la vita di grazia fatta di preghiera, di frequenza sacramentale, di esercizi di virtù. A questa realtà accenna anche Padre Pio in una sua lettera quando dice che il desiderio della santità deve essere come gli aranceti della riviera ligure: sempre carichi di frutti per tutto l’anno. Con questa luminosa similitudine, san Pio ci richiama alla coerenza della vita cristiana. “I vostri desideri – afferma ancora il nostro Santo - devono sempre fruttificare, in tutte le occasioni che si presentano, attuandone qualche parte ogni giorno” (Epistolario IV, p. 440). Facciamo tesoro di quanto ci insegnano oggi il Vangelo e il Santo cappuccino. Puntiamo decisamente ad accogliere il Signore nella nostra vita non a parole, come gli scribi e i farisei, ma come la Vergine Maria, in modo pratico e coerente.

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