XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

La pericope evangelica che la Liturgia offre oggi alla nostra meditazione ci propone un tema di particolare e – si può ben dire – scottante attualità.

Siamo a Cesarea di Filippo e il Signore Gesù, per dirla con la terminologia moderna, fa un’indagine: chiede agli Apostoli quale sia l’opinione che di lui ha la gente comune. «La gente – chiede – chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». La risposta: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia altri Geremia o qualcuno dei profeti» dimostra inequivocabilmente che nessuno fra la gente ha compreso chi sia realmente il Signore. Poi si rivolge ai suoi: «Voi chi dite che io sia?». E s. Pietro prorompe in quello straordinario atto di fede che rimarrà scolpito nei secoli: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

Se ora volgiamo lo sguardo alla scena del mondo, constatiamo che quell’indagine, fatta dal Signore duemila anni fa, non ha affatto perso la sua attualità. Il Signore divide significativamente i campi d’indagine in due classi: il mondo e gli Apostoli.

Se si chiede infatti alla gente, ossia al mondo, chi sia il Figlio dell’uomo si ottengono risposte diverse. Si potrebbero dividere le opinioni del mondo in tre gruppi.

Il primo interpreta Gesù come un mito o un personaggio leggendario che ha certamente arricchito la nostra esistenza ma che non ha avuto una reale esistenza. Secondo costoro Gesù ha certamente una grandezza sovrumana ma irreale. Il secondo gruppo, al contrario, ritiene impossibile negare l’esistenza storica di Cristo e perciò lo ritiene un uomo dalla personalità straordinaria che ha impresso un nuovo corso alla storia umana, una sorta di genio religioso o sociale o politico o filosofico. Per questo secondo gruppo Gesù ha avuto una grandezza reale ma non sovrumana, dunque è collocabile nell’ambito della genialità puramente umana. Un terzo gruppo accoglie le posizioni più scettiche e dubitative di quanti affermano che di Gesù non si sa nulla di certo perché le notizie storiche non sono sufficienti a configurarne l’esatta storicità. Per questi ultimi Gesù è, in sostanza, un enigma storico.

Va notato che dall’indagine svolta tra la gente risulta che le opinioni, per quanto errate, son in genere sempre benevole nei confronti del Signore. Nessuno, o quasi, parla male di lui. Ma ciò che accomuna queste prospettive su Cristo si trova nella risposta degli Apostoli su quel che la gente pensa di lui: Gesù è per la gente “uno dei”. Se non v’è nessuna unanimità su Gesù nell’opinione della gente, tutti sono però concordi nel definirlo “uno dei”, ossia una persona classificabile. Sembra dunque che la gente, pur con disparate opinioni, considerando Gesù come “uno dei”, lo voglia ridurre a qualcosa di ordinario e risaputo. Classificandolo in qualche settore dell’esperienza umana, in altri termini, si vuol far di lui un caso non più unico e, come tale, incapace di turbare l’umana esistenza.

Poi Gesù si rivolge agli Apostoli, dunque alla Chiesa. Nella risposta di s. Pietro affiora immediatamente il rovesciamento dei valori. Gesù non è più “uno dei” ma “il”: «Tu sei il Cristo». Se per il mondo Gesù è uno dei, per la Chiesa è «il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Mentre le opinioni mondane tendono a renderlo classificabile, la fede ecclesiale per bocca di Pietro evidenzia la sua assoluta unicità. «Tu sei il Cristo». Gesù di Nazaret è dunque un caso a sé del tutto imparagonabile. Ancor oggi la Chiesa ripropone l’insegnamento di Pietro: Gesù è il Messia, ossia la risposta divina a tutte le aspettative e attese umane. Tutte le aspirazioni eterne insite nel cuore umano trovano in Gesù di Nazaret l’unico vero esaudimento. Se Gesù è il Messia, in lui abbiamo tutto.

S. Ambrogio lo afferma luminosamente quando scrive che «la Chiesa ha già il suo incantatore», che è Gesù di Nazaret, l’unico Salvatore del mondo. Ecco perché non può lasciarsi incantare da alcun altro all’infuori di lui che, come scrive s. Ignazio di Antiochia, «anche i profeti hanno atteso». Se ciò è vero per la Chiesa, è vero anche per ogni cristiano. Il vero cristiano, infatti, non può essere schiavo di nulla e di nessuno, perché ha già il suo Incantatore e in lui ha già la risposta ai suoi dubbi esistenziali e l’oggetto unico del suo amore.

Dopo la risposta piena di fede di Pietro, Gesù gli promette il primato su tutta la Chiesa, primato che gli sarà poi conferito dopo la Risurrezione. I poteri supremi sono conferiti a Pietro per il bene della Chiesa e trasmessi a coloro che legittimamente gli succederanno nel corso dei secoli.

Richiamando proprio questo brano del Vangelo, il Magistero solenne della Chiesa, nel Concilio Vaticano I, ha definito la dottrina del primato di Pietro come dogma di fede.

Quale non dovrebbe essere allora l’amore di ogni cristiano per la Chiesa e per il suo visibile capo, il Papa? Alla scuola di Padre Pio s’impara ad amare e l’una e l’altro. «Preghiamo per la causa della santa chiesa, nostra tenerissima madre; consacriamo e sacrifichiamoci tutti a Dio e totalmente a questo fine», scrisse al padre Agostino nel 1914 (Epistolario I, p. 466). E più tardi, nel 1960, al Vescovo di Manfredonia che stava per recarsi da Santo Padre, disse: «Dite al papa che per me, dopo Gesù, non c’è che lui». Così hanno amato i santi, così deve amare ogni cristiano

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