XI Domenica del Tempo Ordinario

 

Il brano evangelico di questa domenica è preceduto da un versetto in cui san Matteo fa rilevare l'ansia apostolica del Signore Gesù che va in giro dappertutto a portare la buona novella: «Gesù andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità» (Mt 9,35). Per tutte le città e i villaggi, scrive san Matteo, per far capire che Gesù non intende trascurare nessuno di coloro che il Padre gli ha dato (cf Gv 17,11). Tre sono le attività cui si dedica Gesù in questo periodo di attività missionaria: insegna, predica, cura. Insegna la verità; predica la venuta del Regno dei cieli, invitando alla conversione e al­la penitenza; cura le infermità, per di­mostrare che Lui è il Messia atteso da secoli in Israele e di cui i profeti ave­vano preannunziato i poteri taumaturgici. L'Evangelista nota che Gesù cu­rava ogni malattia e infermità, mostrando così la grande Misericordia del Signore nei confronti della miseria e della debolezza umana, che si manifesta materialmente attraverso le malattie e l'infermità e spiritualmente attraverso i peccati. Gesù guarisce i corpi per guarire l'anima dell'uomo e così ricondurlo all'amicizia con il Padre celeste.

San Matteo coglie i sentimenti intimi di Gesù che spesso, in questa sua attività evangelizzatrice, si trova di fronte a folle anche sterminate di gente. Ci fa contemplare quasi il Cuore di Cristo che, dice, «vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore» (Mt 9,36). Gesù ha compassione delle folle assetate di verità e di giustizia ma confuse da tanti falsi dottori che insegnano dottrine errate, e scandalizzate dalla cattiveria degli uomini senza fede in Dio e senza rispetto per l'uomo. Stanche e sfinite, come pecore sen­za pastore. Hanno bisogno di una guida ma non c'è. Di nutrimento e di bevanda ma non gli si dà. Sono attaccate da lupi rapaci e non c'è chi le difenda.

Questi pensieri si affollano nel Cuore di Gesù che si rivolge ai suoi Discepoli per trasmettergli la sua ansia per la salvezza del mon­do e indicando loro la via della salvezza: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!» (ivi, 37). La prima frase è una con­tatazione di una realtà positiva: «La messe è molta». Per messe Gesù intende anime da evangelizzare e da salvare. É molta, e di questo si deve esser contenti. Sono proprio queste parole di Gesù che hanno suscitato l'ansia missionaria di tanti santi. «La messe è molta», ossia è tanto grande quante sono le persone che vivono sulla ter­ra. Tutti sono chiamati alla salvezza. A questa osservazione Gesù fa seguire immediatamente un'amara constatazione, che è un lamento con cui vuole anche coinvolgere i Discepoli: «Ma gli operai sono pochi!». Le anime sono in attesa di che le guidi e le conduca sulla via della Vita. Purtroppo manca chi lo faccia, le forze sono poche. E se la messe non è curata e non si raccoglie a tempo opportuno, cresce selvatica e alla fine marcisce e non serve più a nulla, va solo tagliata ed eliminata col fuoco. Si perde così il prezioso raccolto.

Quanto sono necessari questi operai del campo del Signore! So­no così necessari ma sono troppo pochi! E tante anime si perdono... Il Signore aggiunge una terza frase, in cui indica la via per ottenere da Dio il dono di nuovi operai: «Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!» (ivi, 38). Con queste paro­le Gesù addita la preghiera come mezzo per incrementare il numero degli evangelizzatori. Preghiera che va rivolta al padrone della messe e amministratore dei beni celesti, cui spetta quindi il compito di assumere nuovi operai e di arricchirli di virtù adatte alla loro altissima missione. Ma tutto dipende dalla nostra preghiera. Evidentemente Gesù ha nel Cuore tut­ti i sacerdoti e i consacrati della storia dell'umanità, cui ha conse­gnato la nobile e sublime missione di essere strumenti privilegiati di salvezza per tutti gli uomini che sono e che saranno.

Il brano evangelico continua con l'invio da parte di Gesù dei dodici Discepoli, cui comunicò i suoi stessi poteri taumaturgici: i Discepoli sono infatti il prolunga­mento di Gesù. «Come il Padre ha mandato me così io mando voi», dice il Risorto ai suoi Discepoli, comunicando loro lo Spirito Santo e il potere di rimettere i peccati (Gv 20,21-23). Come Gesù incarna la Volontà salvifica del Padre, così i Discepoli rendono presente ininterrottamente la presenza e l'azione salvifica di Gesù e quindi del Padre. È necessario accogliere i ministri di Dio con tanto amore e venerazione, in quanto questi ci portano e ci comunicano la Grazia di Dio e la salvezza. Gesù ha detto ai suoi Discepoli: «Chi accoglie voi accoglie me. E chi accoglie me accoglie colui che mi ha man­dato» (Mt 10,40).

Se tutti hanno il dovere di pregare Dio perché mandi ope­rai per la sua messe, gli operai, da parte loro, hanno il dovere, ad imitazione e in quanto presenza sacramentale di Cristo, di portare ovunque e in tutti i modi la salvezza di Dio. Padre Pio sacer­dote si sente investito da questa responsabilità in modo del tutto singolare. E non trova di meglio che offrire se stesso a Dio come vittima per i peccatori. Così scrive a padre Benedetto il 29 no­vembre 1910, da novello sacerdote: «Da parecchio tempo sento in me un bisogno, cioè di offrirmi al Signore vittima per i poveri peccatori e per le anime purganti. Questo desiderio è andato crescendo sempre più nel mio cuore tanto che ora è dive­nuto, sarei per dire, una forte passione. L'ho fatta, è vero, più volte questa offerta al Signore, scongiurandolo a voler versare sopra di me i castighi che sono preparati sopra dei peccatori e sulle anime purganti, anche cen­tuplicandoli su di me, purché converta e salvi i peccatori ed ammetta presto in paradiso le anime del purgatorio, ma ora vorrei fargliela al Signore questa offerta colla sua ubbidienza» (Epistolario I, p. 206).

Padre Pio così ripropone perfettamente l'ideale di Gesù Sacerdote, che dice: «Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore» (Gv 10,14s).

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