QUARTA  DOMENICA  DI  PASQUA

             Ogni anno, nella quarta domenica di Pasqua, la Chiesa presenta alla nostra riflessione la figura del buon Pastore, di cui il Vangelo e la seconda lettura di oggi parlano espressamente. E’ una immagine, questa, già nota nell’Antico Testamento e che, per un popolo di vita nomade come Israele, era simbolo di sicurezza, di benessere e di difesa da rischi e pericoli. Perciò Israele è ricorso spesso a questa immagine per descrivere l’amore di Dio verso l’uomo. Questo concetto lo troviamo ben espresso nelle parole del salmo responsoriale della Messa di oggi “Il Signore è il mio Pastore, non manco di nulla”. Ma è con la venuta di Gesù che la figura del buon Pastore acquista tutta la pienezza del suo significato. In Lui si compiono le profezie del Pastore atteso. Gesù si presenta come il Pastore secondo il cuore di Dio, quello annunciato dai Profeti.

            Il Salvatore nel Vangelo, parlando della sua missione, paragona se stesso al Pastore e i suoi seguaci a un gregge. Egli chiama i suoi discepoli “il piccolo gregge” che, in seguito, sarà perseguitato da lupi travestiti da agnelli. Nella pagina del Vangelo odierno, Gesù non si paragona soltanto al Pastore, ma anche alla “porta” dell’ovile: “In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti, ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo” (Gv 10,7,9). Gesù, dunque, è la sola via di salvezza per gli uomini. Egli, che conosce intimamente il Padre e trasmette questa conoscenza ai suoi, si rivela come il mediatore, ossia l’unica “porta” di accesso alla salvezza eterna. Egli è il vero Pastore, Colui che entra nel recinto del gregge per la porta dell’ovile, che chiama le pecore per nome, le conta, le conduce fuori e, secondo l’uso dell’Oriente, le guida ai pascoli precedendole. E’ questa la sua missione: che le pecore “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (ivi, 10). Le pecore, dal canto loro, seguono docilmente la figura del pastore, perché conoscono la sua voce e l’ascoltano.

            Nell’ovile di Cristo, purtroppo, non sono mai mancati, e non mancano nemmeno ai nostri giorni, i falsi pastori, coloro, cioè, che hanno la pretesa di essere i “salvatori del mondo”, ma che in realtà sono banditi e ladri, poiché la loro opera non produce altro che distruzione e morte tra le file del gregge. Il Signore nel Vangelo ci dice di stare attenti ai falsi pastori, a questi lupi in veste di agnello, soprattutto al lupo per eccellenza, a satana che Gesù definisce “menzognero e omicida fin dal principio”. Questi è il nemico infernale del gregge, che la Scrittura chiama anche “leone ruggente” e “drago”, perché è sempre pronto a carpire le pecore al “buon Pastore” e a sbranarle, non appena queste si allontanano dal gregge.

            Oggi non pochi uomini pensano che sia giunto il tempo di vivere in piena autonomia, di liberarsi dalla dipendenza divina, illudendosi in tal modo di essere liberi e autonomi. Ma come un gregge senza pastore è destinato alla distruzione, ancor più l’umanità senza Dio che la guida e la protegge sarebbe destinata alla rovina e a soccombere alla ferocia del demonio. Ma qualcuno potrebbe chiedere: come è possibile riconoscere i falsi pastori per difenderci da essi? Gesù è il Pastore invisibile dell’umanità; ma ha lasciato sulla terra un Pastore e un ovile ben visibili: la Chiesa e il Papa. La Chiesa è quel recinto sacro dove l’uomo trova la salvezza, e il Papa, che è il successore di san Pietro, è la guida sicura che protegge e difende il gregge dagli assalti e dalle menzogne dei falsi pastori. Particolarmente in questi tempi disastrosi della nostra epoca, è necessario che i cristiani siano docili e obbedienti ai richiami e alle direttive anzitutto del Supremo Pastore della Chiesa, come a quelli dei Vescovi e dei Sacerdoti, suoi collaboratori, chiamati anch’essi da Dio alla guida del gregge. 

La Chiesa, canonizzando Padre Pio alcuni anni or sono, ha inteso presentare al mondo un esempio fulgidissimo del vero Pastore. A somiglianza di Gesù, il Santo cappuccino nutriva un amore tenerissimo per le anime e ha sacrificato la vita intera per la loro salvezza. Egli affermava che ogni anima era “sangue del suo sangue”, una “cara pecorella” che Gesù gli chiedeva di portare sulle spalle “per poterla un giorno presentare nell’eterno convito” (Epistolario III, 397).     

La giornata mondiale delle vocazioni che celebriamo in questa domenica, acquista grande significato proprio alla luce dell’urgente bisogno di molte e sante guide nel gregge di Cristo. Oggi, siamo tutti invitati a pregare per i sacerdoti, i religiosi e le religiose, perché il “Padrone della messe” mandi numerosi e zelanti operai nella sua Chiesa.

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