SECONDA  DOMENICA  DI  PASQUA

             La pagina stupenda del Vangelo, proposta dalla Liturgia per la seconda domenica di Pasqua, ci fa rivivere in maniera intensa e commovente i primi incontri di Gesù risorto con i suoi discepoli. Il racconto delle apparizioni, narrato con arte impareggiabile da san Giovanni, inizia con un dato importante per la storia della Chiesa: Gesù appare “la sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato” (Gv 20,19): è la domenica, il giorno della Risurrezione, il giorno della nuova creazione. Da quel “primo giorno dopo il sabato”, la domenica sarà la domenica di Pasqua, non dopo Pasqua, perché è sempre in quello stesso giorno che anche oggi, come allora, Egli si fa realmente e sacramentalmente presente, ogni volta che celebriamo il suo memoriale, il mistero della sua Morte e Risurrezione.

            Le due apparizioni narrate dal Vangelo odierno sono di fondamentale importanza, poiché testimoniano, attraverso segni inequivocabili, la certezza della Risurrezione. Gesù appare ai suoi discepoli entrando “a porte chiuse nel luogo dove si trovavano per paura dei Giudei” (ivi): è la prova della nuova condizione del suo Corpo glorioso, assunto dopo la Risurrezione. Inoltre, il Vangelo fa notare che la divina presenza del Risorto suscita negli Apostoli grande stupore e gioia. Non si tratta però soltanto della gioia di chi rivede una persona cara. Il motivo della loro esultanza sta nel fatto che quelle apparizioni danno loro la certezza che Cristo è veramente il Signore e il Figlio di Dio. Ineffabili e stupendi, poi, sono i frutti che, sgorgati dal suo Cuore crocifisso e risorto, Egli ora offre ai suoi Apostoli: il dono della pace divina e dello Spirito Santo, il potere di rimettere i peccati e quello di continuare la sua missione di salvezza in mezzo agli uomini.

Ma è soprattutto nel commovente dialogo con l’apostolo Tommaso che Gesù dimostra la realtà della sua Risurrezione. Tommaso, che non era presente alla prima apparizione, non aveva prestato fede al racconto degli altri, ma anzi aveva protestato di non voler credere fin quando non avesse visto e toccato le ferite dei chiodi e del costato del Salvatore. Apparendo di nuovo otto giorni dopo, tra lo stupore e la gioia degli Apostoli, Gesù dice a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato” (Gv 20,27). All’istante ogni dubbio svanì. Lo sguardo di dolce rimprovero di Gesù, la contemplazione diretta dei segni inconfondibili della crocifissione e le sue divine parole, riempirono di stupore e di gioia il cuore dell’apostolo che, pentito e addolorato, proruppe in un atto stupendo di fede: “Mio Signore e mio Dio!” (ivi, 28). Era questa la prova più grande per gli Apostoli: quel Gesù che ora contemplavano risplendente nel fulgore della sua Risurrezione, non era un fantasma, ma era lo stesso Maestro che avevano conosciuto vivo e che avevano visto crocifisso.

Nell’atteggiamento incredulo di Tommaso possiamo facilmente ritrovarci un po’ tutti, con i nostri dubbi e la nostra incredulità. Anche per noi non mancano momenti in cui la nostra fede, di fronte alle difficoltà, vacilla e andiamo in cerca di miracoli e segni straordinari per credere. Si possono, per questo, applicare anche a noi quelle parole di rimprovero che Gesù rivolge all’apostolo Tommaso: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (ivi, 29). Gesù loda in tal modo la fede di tutti coloro che avrebbero creduto in Lui senza il conforto di esperienze sensibili. E’ la fede dei primi cristiani, i quali credevano in Gesù come se lo avessero conosciuto personalmente. “Ora, pur senza vederlo – esclama commosso san Pietro - credete ed esultate di gioia ineffabile e gloriosa” (1Pt 1,8)). E’ questa la vera fede, quella che rende “beati” i credenti di tutti i tempi e che apre l’intelligenza dell’uomo a una comprensione intima e profonda dei misteri di Dio. La sorgente unica che alimenta questa fede è l’esperienza personale e quotidiana con il Signore risorto nella preghiera e nei Sacramenti, soprattutto nell’Eucaristia.

Padre Pio esortava i suoi figli spirituali a camminare sul sentiero di una fede forte e matura, e a credere senza mai chiedere segni straordinari. Leggiamo in una delle sue lettere: “Non chiedete un miracolo, non perché il Signore non sia inclinato a farlo, ma dovete guardarvi dal chiedere questo perché da parte vostra è imperfezione di fede” (Epistolario II, pp. 247-248). Di fronte alle difficoltà, ricordiamoci delle parole di Gesù e del nostro Santo per trovare il sostegno di una fede sicura, fondata sulla Parola di Dio. Il Serafino del Gargano ci aiuti a fissare spesso lo sguardo sul Maestro divino, e a ripetere, dal profondo del nostro cuore, il grido di fede dell’apostolo Tommaso: “Mio Signore e mio Dio”.

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